Quando la “separazione” viene rimandata… La “Lotus Birth”



La “Lotus birth” è una modalità di parto caratterizzata dalla mancata recisione alla nascita del cordone ombelicale, con la conseguenza che la placenta e gli annessi fetali rimangono attaccati al neonato anche dopo il secondamento.

La separazione del neonato dalla placenta, se non viene reciso il cordone ombelicale, avviene generalmente dopo 3-10 giorni, quando il cordone si secce a si distacca spontaneamente dall’ombelico.

In questo periodo la placenta, trasportata sempre con il neonato, viene conservata in un sacchetto o in una bacinella.

Il nome deriva da Clair Lotus Day, un’infermiera californiana, che al momento della nascita di suo figlio, nel 1974, chiese di non recidere il cordone, inaugurando così questa pratica che si è diffusa da allora in vari Paesi.

Questa procedura inizia ad essere richiesta da alcune donne nel nostro Paese.

I sostenitori di questa procedura ritengono che con la “Lotus Birth” il distacco avviene quando bambino-placenta hanno realmente concluso il loro rapporto e decidono sia giunto il momento della separazione.

Questo può costituire un modo più dolce, sensibile e rispettoso di nascere, i neonati non subirebbero lo stress artificiale del taglio del cordone e apparirebbero anche più rilassati.

La placenta rimanendo attaccata fino a naturale decadimento, avrebbe tutto il tempo per trasferire i propri nutrienti ed energia al bambino e ci sarebbe anche un maggior passaggio di sangue dalla placenta al neonato, anche se già dopo i primi minuti, quando il cordone cessa di pulsare, questo afflusso di sangue cala drasticamente, mentre elevato può essere il rischio di infezione.

Il Royal College of Obstetricians and Gynaecologists del Regno Unito ritiene che la placenta, poco dopo la nascita, diviene un tessuto morto ed è particolarmente suscettibile di andare incontro ad una infezione che può diffondersi al neonato.

Alcuni importanti ospedali italiani, hanno concluso che questa metodica non può essere praticata perché non consente il rispetto delle norme igienico-sanitarie vigenti, inoltre questa procedura non è compresa in nessuna linea guida ministeriale e

come tale non è riconosciuta.

Nello scorso anno (Settembre 2017) l’argomento controverso della “Lotus birth” è tornato ad essere di attualità per il caso avvenuto in un ospedale italiano in cui una partoriente ha rifiutato il taglio del cordone ombelicale richiedendo che lo stesso andasse incontro ad una involuzione naturale.

Ciò ha comportato il coinvolgimento dell’autorità giudiziaria ed il caso si è concluso con la recisione del cordone e pertanto con un diniego rispetto alla volontà della partoriente.

Questo episodio sicuramente pone dei dubbi, e lascia spazio a varie riflessioni circa la legittimità della richiesta ma anche sulla legittimità o meno della prestazione professionale.

Inoltre, secondo la normativa vigente, la placenta è da considerarsi un rifiuto speciale e, come tale, non può fuoriuscire dall’ospedale, dovendo seguire determinate modalità di smaltimento (Decreto Legge 152/2006).

Allo stato attuale ci si trova nella posizione di considerare non applicabile la pratica soprattutto a causa dei rischi d’infezione per il neonato” afferma la SIN (Società Italiana di Neonatologia), cui si aggiungono la scarsa gestibilità.

Si raccomanda comunque un attento e stretto controllo del neonato, per esempio in quei casi di parto a casa, per scoprire precocemente segni clinici di una possibile infezione.

Ovviamente vista la situazione abbastanza controversa, è auspicabile in futuro riuscire ad avere più ricerche scientifiche, e dati certi, sempre concentrate sull’obiettivo primario della tutela della salute del bambino.

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